mercoledì, febbraio 28, 2007

Adriano Sofri "Partita radicale"

Partita radicale

Il Foglio del 28 febbraio

di Adriano Sofri

Da qualche tempo sono poco informato sulle faccende dei miei amici radicali, dunque riferirò le mie impressioni, e a loro servirà tutt’al più a farsi un’idea dei pensieri che suscitano nei poco informati. La dichiarazione, pubblica e un po’ pubblicitaria, di Daniele Capezzone, che si asterrà nel voto sulla fiducia (e solo in omaggio a Emma Bonino, la quale ha duramente declinato), lo ha messo senz’altro nella luce di uno in carriera, così rischiando di offuscare col fatto personale la questione politica. Non sottovaluto affatto l’influenza delle relazioni personali, esosa dovunque – il costituendo Partito democratico, per esempio, ne è largamente ostaggio – e fra i radicali dotata di una doppia peculiarità. Per un verso, i radicali non tendono affatto a rimuoverla, e al contrario coltivano spesso una coincidenza fra vita pubblica e affetti privati, e quando inevitabilmente la coincidenza precipita nel suo contrario sono pronti a lavare i panni sporchi alla luce del sole, cioè essenzialmente della Radio radicale e della messa in rete. Per un altro verso, il partito e la famiglia radicale sono così indissolubilmente legati alla persona di Marco Pannella, depositario di un patrimonio ideale che coincide largamente con la sua viva biografia, e con l’evocata biografia di precursori trapassati. Non a caso questo patrimonio è stato sostanzialmente orale – per la duttilità non scolastica, e perché Marco è soprattutto un fiume di parole parlate – e non a caso altri, e specialmente lo stesso Capezzone, hanno provato a trascriverlo e fissarlo, in modo da renderlo più universale e astratto dal suo pronunciatore: a farsi evangelisti di quel profeta, per così dire. Benché Capezzone sia stato fino a poco fa il più ortodosso dei trascrittori e interpreti, traspariva una sua differenza dalla consuetudine dei dirigenti radicali, tutt’altro che conformisti o gregari, ma intimamente convinti che, una volta intervenuta un’incomprensione politica e personale con Marco, bisognasse responsabilmente tirarsi indietro, oppure andarsene sbattendo la porta. Era possibile, e anzi ricorrente, il caso di aspri dissensi, non la battaglia per scalzare l’autorità di Marco, che dev’essere sempre sembrata, anche ai suoi avversari più risentiti e offesi, come voler espellere qualcuno da casa sua. Il tono di Capezzone era diverso, anche nella più fedele devozione. L’ho chiamato, per scherzo, “evangelista di quel profeta”: ma l’immagine screanzata mi serve a dire la cosa grossa di cui, a mio parere, si tratta, cioè della morte di Marco Pannella. Il quale non me ne vorrà: del resto, se dovessi indicare un argomento principale delle nostre conversazioni negli ultimi anni, non esiterei a nominare la morte, e la nostra morte. Niente di macabro e di compiaciuto, direi, ma una certa naturalezza. Del resto, ci siamo andati molto vicino. L’evangelista – e anche il verbalizzatore, come Platone per Socrate, si parva licet ancora – ha bisogno, se non della resurrezione, almeno della morte del suo profeta. Penso che da qualche tempo a questa parte Marco non abbia potuto fare a meno di interrogarsi sul destino della sua creatura, il partito radicale, quando non sarà più lui a tenerne la chiave. La ragione irresistibile delle sue cicliche e gelose epurazioni – al di là di capricci dispotici e idiosincrasie umane – stava nell’allarme per uno snaturamento sempre in agguato dell’autenticità radicale, che ha bisogno di appartenere a questo mondo e insieme di rinnegare sempre questo mondo. L’espressione è cristiana, ma anche il partito radicale, e Marco soprattutto, è intensamente cristiano. La potete trovare ridotta quasi a uno slogan, “Radio radicale è dentro, ma fuori del Palazzo”: il Palazzo, immagine pasolinian-pannelliana, è in realtà questo mondo. Le elezioni, di volta in volta da accettare e rifiutare, da correre e revocare, sono la frontiera più ovvia e arrischiata dello snaturamento, e si capisce: ancora adesso, nel fallimento della fusione nella Rosa nel pugno, le elezioni sono state, se non la ragione, la cartina di tornasole più evidente della irriducibilità reciproca. A questa differenza rimonta anche l’apparente, e plateale, contraddittorietà fra il programma del partito radicale – per esempio il bipolarismo, anzi il bipartitismo pieno – e la realtà di un partito di estrema minoranza: perché Pannella non misura la propria quota sulla borsa azionaria della rappresentanza parlamentare e delle maggioranze di governo, bensì sull’autonomia di una volontà che nasce e agisce altrove, e tiene a interpretare e illuminare un’aspirazione di larga maggioranza delle persone e della loro vita vera. A volte, si ha l’impressione che il partito radicale di Pannella oscilli fra la vocazione alla minoranza di uno e la persuasione della maggioranza di tutti: che è una megalomania prossima al delirio, ma non è male. Va da sé che questo complesso mentale, così temerariamente riassunto, non è fatto per rendere digesto il partito radicale alla generalità delle organizzazioni e delle personalità politiche, che anzi sono ben contente di tenerlo alla larga – come quel poveretto che si affaccia dietro i telecronisti a esporre le sue scemenze e i suoi preservativi. I radicali hanno esposto preservativi alle spalle delle autorità costituite quando alla Rai ci si vergognava per regolamento di dire “piede”.

Dunque Marco deve, per così dire, fare testamento. Forse non per lasciare il partito in eredità a qualcuno, ma almeno per impedire che vada a qualcun altro. Reciprocamente, i più autorevoli e responsabili fra le sue compagne e i suoi compagni – nomino Emma Bonino in primo luogo, e non ce ne sarebbe bisogno – non hanno mai ingaggiato battaglie che toccassero il limite della paternità (o maternità) di Marco: e quando una divaricazione spinta fino alla rottura si profilasse, se ne sono ritirati come da qualcosa di impietoso e quasi sacrilego, finché Marco fosse vivo. Dal partito radicale si usciva per militare altrove – ancora di recente, è stata la scelta di Benedetto Della Vedova e dei compagni che l’hanno seguito in Forza Italia. O per essere messi al bando, come il tesoriere Danilo Quinto. Si può andarsene onorevolmente, come Olivier Dupuis. Si può tornare serenamente, come Gianfranco Spadaccia. Si può restare, ridicendo tenacemente e lealmente il proprio dissenso, e rinunciando a qualunque rivalità, come Roberto Cicciomessere. Si può, com’è successo spesso, avviarsi a rilevanti e meritate carriere politiche, come Francesco Rutelli, perché il partito radicale è stato a lungo una delle scuole migliori di selezione e di formazione civile e di competenza istituzionale. E così via. Non era mai successo che qualcuno contendesse a Marco vivo la proprietà del partito radicale: Capezzone l’ha fatto. Non voglio avventurarmi troppo sul terreno minato delle illazioni psicologiche ed emotive: e se ciò che dico dispiacesse a qualcuno, ne sarei davvero dispiaciuto. Trovo che tutto quello che sta succedendo sia decisamente normale. Non penso che Capezzone, uomo di talento, avesse premeditato la detronizzazione di Marco; al contrario, penso che fosse contento di esserne il delfino, e di aspettarne, sia pure con l’impazienza degli ambiziosi, l’eredità. Penso che sia stato Marco a rompere il gioco. Non dubito che Marco creda alla motivazione che ha addotto, e che non è marginale: che Capezzone abbia sollevato un ottimo fumo e portato a casa pochissimo arrosto, che abbia inclinato al trionfalismo (come nel referendum sulla fecondazione assistita), che non abbia resistito abbastanza alla sirena della popolarità, e che il bilancio della sua segreteria alla fine sia stato magrissimo rispetto allo stato del partito: iscritti, finanziamento… Tuttavia dev’essersi trattato di altro. Spero di non essere compatito come uno che si attardi nell’attaccamento a categorie stantie come la destra e la sinistra: in realtà, me ne sono staccato e via via riattaccato. Oggi mi sembrano di nuovo importanti: se non altro, per ridurre i danni. Ebbene, non ho mai dubitato che Marco e i radicali – coi quali ho a che fare da quasi quarant’anni – appartenessero alla sinistra, e a quella sinistra libertaria dei diritti e delle persone sulla quale io stesso faccio affidamento, contro la sinistra dogmatica, statalista e autoritaria. Ho pensato che la distanza crescente presa dai radicali rispetto alla battaglia nella sinistra fosse la reazione a un’esclusione pregiudiziale imposta dalla sinistra stessa, la comunista e la postcomunista in particolare. Finché, negli ultimi anni, ho avuto l’impressione che i giochi pericolosi dei radicali, la disponibilità ad allearsi magari col diavolo pur di dare efficacia alle proprie intenzioni, e nell’illusione di rendere il diavolo stesso un po’ liberale, sfuggissero loro di mano, e li rendessero apprendisti stregoni. Cioè inducessero troppi loro simpatizzanti a un risentimento livoroso verso ogni sinistra – a un’idea di “anticomunismo” vicina a quella fantastica di Silvio Berlusconi – e i loro stessi militanti e dirigenti a vedersi meglio riusciti nel profilo destro. L’“asta” dell’ospitalità, quel mettersi sul mercato rispetto al miglior offerente, nell’illusione di conservare illesa la propria autonomia e anzi di imprimere un proprio segno a qualunque schieramento, poteva magari discendere da troppe porte chiuse loro in faccia, e da un rischio vero di sopravvivenza – il partito radicale è per definizione a rischio di sopravvivenza, e sebbene meriti un’esistenza più solida e meno assillata, proverebbe comunque una nostalgia per quella precarietà da zattera in tempesta – ma le telefonate alla radio, che sono il mio principale metro di misura, segnalavano una impetuosa mutazione nell’antropologia, direbbe Marco, del seguito radicale, esattamente come le telefonate di oggi. Mi pareva allora di avvertire in Capezzone una sintonia più forte, meno tattica e più strategica, se vi piace questo gergo, con la destra: tenuta a bada, magari, dalla rivalità interna con la candidatura alla segreteria di Della Vedova, che occupava più esplicitamente (e lealmente) il posto di destra. Quando Marco cominciò a dar segno di impazienza nei confronti del suo pupillo, credetti che si trattasse di questo: di un’intenzione di raddrizzare una barra troppo piegata a destra, di riportare i radicali dentro una sinistra comunque da rimescolare. Del resto, gli esempi di differenze politiche tutt’altro che superficiali erano già numerosi, e non so perché Marco voglia dissimularli. Ci fu una vera differenza a proposito dell’Iraq e del giudizio su Bush e sui neocon – incerto all’inizio, poi sempre più consonante quello di Capezzone, sempre più distante quello di Pannella. Marco ebbe poi un vero colpo d’ala – chi lo ritenesse un espediente da navigato sbaglierebbe di grosso – a proposito della Rosa nel pugno: un investimento, per lui, pieno e pressoché estremo. Voglio dire che avrebbe potuto essere, se fosse andato, il suo vero testamento politico – o quasi, perché la volpe era vecchia abbastanza da essersi riservata qualche clausola cautelare, come la proprietà sul marchio. Fu di nuovo evidente che al calore di Marco rispondeva una forte tepidezza di Daniele. Qui, intanto, la divergenza si era fatta ormai aperta e chiassosa, ed esacerbata dal successo mediatico di Capezzone. Successo che avrebbe fatto ombra in qualunque comunità, ma toccava il nervo più sensibile fra i radicali, da sempre persuasi di esser esiliati dai media, e ancora più persuasi che un accesso equanime ai media avrebbe dato loro il riconoscimento milionario che le loro idee e sentimenti meritano. Capezzone, che ha impiegato un po’ di tempo a imparare come si sta in televisione e sui giornali, e ha dovuto rimontare un periodo scabroso di petulanza e aggressività, è diventato un brillante beniamino dei media, rischiando così di inficiare il luogo comune dell’ostracismo antiradicale: salvo l’argomento che stava diventando sempre meno radicale, e sempre più in carriera. Argomento rafforzato dalla gestione che ha fatto della categoria dei volenterosi, e dal mancato invito ai compagni di partito a quel tavolo. Se non che, mentre prende così sicuramente il largo, Daniele proclama di voler restare dentro il partito radicale, e più esattamente avverte Marco che può mettersi l’anima in pace, che lui non se ne andrà. La differenza fra il vecchio leone e il giovane lupo, benché Daniele protesti contro il consumato cliché, pretende a questo punto la sua ingorda parte. Perché se il poco più che trentenne Daniele rimane nel partito radicale, sarà l’ultrasettantenne Marco ad andarsene, prima o poi – il più tardi possibile, speriamo io e Daniele e tutti: dunque il giovane ha avvertito il vecchio che aspetterà, per ereditare. Non è vero che la questione del vecchio e del giovane sia uno stereotipo banale. Marco è uomo franco: all’ultimo congresso – non mi ricordo niente di quello che ho sentito alla radio di quel congresso, niente salvo questo – ha detto di sentirsi come il vecchio tenore che mette su un disco per risentirsi con la propria voce dei bei tempi. Era un pensiero buonissimo per vincere un congresso, e ancora più per perderlo.

Dopo di allora, i radicali hanno condotto altre battaglie molto importanti, e hanno promosso la leadership delle tre donne nel partito – Rita Bernardini, Maria Antonietta Coscioni, Elisabetta Zamparutti – e Marco Cappato. C’è stata la decisione di Pier Giorgio Welby, e poi l’ottima puntata personale di Marco sulla pena di morte. Capezzone, che era stato al margine in queste circostanze, ha poi deciso di digiunare in proprio per un obiettivo tipicamente del partito, come la questione della legalità a proposito dell’interpretazione della legge elettorale al Senato.

Ora, la differenza – spero che si sia capito che la considero squisitamente politica – ha compiuto un ulteriore e forte passo. Daniele ha annunciato, in televisione, al popolo (cioè al pubblico, fa lo stesso) la sua voglia di votare contro il governo, e la sua decisione di astenersi, per una premura dovuta a Emma. In apparenza, ha mostrato di non avere più interesse né riguardo per la gente radicale. Può darsi però che pensi che il bando imbarazzante di Marco nei suoi confronti lo giustifichi agli occhi di molti militanti e ancor più di molti simpatizzanti radicali, quelli che telefonano alla radio e ce l’hanno con Prodi e i comunisti di merda, e che dunque la sua sortita non pregiudichi la pretesa all’eredità. Marco, a sua volta, affronta una doppia difficoltà, perché il governo confermato e le sue condizioni non sono fatti per rallegrarlo, e perché la Rosa nel pugno è definitivamente affossata. Per non dire delle altre difficoltà: una chiusura, che chiamare miope è poco, dell’eventuale Partito democratico nei confronti dei radicali, un’offensiva clericale che non potrebbe essere più oltranzista. Pannella aveva avanzato, nel vertice di governo e partiti dopo il voto sfavorevole al Senato, sue obiezioni ai Dodici punti, e tuttavia non le ha tradotte in un ultimatum e tantomeno nella minaccia di un voto contrario. Persino il passaggio, a proposito dei due schieramenti, da una formula terrificante come “corleonesi contro palermitani” all’altra, non lieve ma geniale, dei “capaci di tutto contro i buoni a niente” è un segno di sobrietà… Penso che un centrosinistra meno disattento ai diritti e alla lealtà di tutti dovrebbe riconoscere meglio la parte dei radicali: non per assicurarsi contro una eventuale dissociazione, ma perché lo meritano. Pannella non è affatto un corpo estraneo a una buona sinistra: al contrario. E non dico che non sia ingombrante, grande e grosso com’è, e con quella mania di “dare corpo” alle cose.

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