giovedì, settembre 28, 2006

Maratona di Verona 2005 (3h43'00'')

A Verona ho corso la mia prima maratona. Mi sono tornati in mente alcuni pensieri che avevo annotato poco più di un anno prima, verso il termine dell’estate.

Premesso che non sono un atleta, tantomeno un abile scrittore (ma questo è facile desumerlo), dedico a Piergiorgio Welby e Luca Coscioni queste due righe, scritte stanotte, a più di un mese di distanza. Mi capita spesso di pensare a loro, nei momenti più duri della corsa.
Francavilla al Mare, fine luglio 2004
Sono passate le 9. Fa caldo, ma ho la certezza che se non vado a correre stamattina nel pomeriggio non potrò farlo. Mi preparo in fretta e decido per il “lungo lento”. L’infortunio invernale (pèrone fratturato da un “calcione” durante una partita) è ormai alle spalle: gambe e testa sono allenate a reggere quasi due ore di questo tipo di corsa. Questo è in fondo anche il modo di correre che mi stanca meno. Se riesco a far trascorrere la prima ora senza pensare troppo, le gambe cominciano a girare da sole e i pensieri diventano spesso sereni.
Raggiungo in tre o quattro minuti la zona stadio e proseguo verso il fondovalle Alento. L’Alento è impropriamente definito un fiume: in realtà e poco più che un ruscello. Non ho conoscenza del percorso perché solitamente preferisco correre sul lungomare, per la certezza che il percorso rimarrà piatto e la presenza di numerose fontane. Dopo un paio di chilometri, la stradina asfaltata lascia il posto ad un terreno sabbioso ma abbastanza duro da non affaticare più di tanto l’andatura. La cosa che più mi preoccupa d’estate, quando inizio un percorso sconosciuto, è il non sapere se lungo la strada troverò da bere. Per questo preferisco sempre andata e ritorno: se non altro sono sicuro che il chilometraggio e i tempi di percorrenza non subiranno variazioni. Basta moltiplicare per due e i conti tornano.
Va abbastanza bene perché l’aria è sufficientemente secca. Per nulla affaticato, uno sguardo al cronometro che conferma quanto andavo pensando: sto correndo da circa un’ora. Non ho trovato da bere, ma la presenza di alcune case lungo il percorso mi rassicura. Mal che vada, vincerò la timidezza e chiederò da bere a qualcuno. E’ già capitato, raramente, alcune estati. D’improvviso la stradina curva a sinistra e mi trovo davanti una salita diritta e con pendenza tanto elevata quanto imprevista: saranno trecento metri. E’ il momento giusto per tornare indietro, ho già corso abbastanza, ma all’improvviso mi trovo quasi incoscientemente ad iniziare quella specie di scalata. Non terrò fede alle abitudini e scenderò dal versante opposto: non più andata e ritorno ma percorso ad anello. Altra occhiata, stavolta al cardiofrequenzimetro. Decido di arrivare in cima senza superare i 170 battiti. Ciò vuol dire, in questa situazione, procedere non solo lentamente ma con passi lunghi quanto una spanna. Qualche goccia di sudore in più ed in breve è fatta! Non è tanto la discesa che mi attende, meno amata dai podisti di quanto una persona possa immaginare, a rendermi quasi felice, ma la visione quasi contemporanea di una strada asfaltata e del mare che, pur non vicinissimo, mi rassicura. Poi scorgo la sagoma gialla di un autobus e ho la certezza che questa strada mi ricondurrà verso il centro del paese. Un cartello con il nome della località e la scritta “frazione di Francavilla” mi danno la conferma che non sono poi così fuori rotta. Ancora qualche minuto e intravedo il centro abitato di Francavilla. Decido che dovrò in ogni caso dissetarmi, perché il corpo comincia a chiederlo in maniera sempre più forte: la sete è diventata arsura, ma qui un cane abbaiante, là una persona dalla faccia poco simpatica, più in giù una casa disabitata in breve mi inducono alla rassegnazione. Ho la certezza che fra qualche chilometro, una volta arrivato sul lungomare, troverò acqua potabile a volontà, nel primo stabilimento balneare che incontrerò.
Intravedo gli inconfondibili cipressi di un cimitero: non può che essere quello di Francavilla. Da queste parti i cimiteri hanno sempre acqua potabile e mai come oggi la visione di un camposanto mi rende felice. Ancora poche centinaia di metri e avrò a disposizione tutta l’acqua che desidero. In prossimità del cancello un flash e il ricordo di Antonio. Non l’ho conosciuto personalmente ma non dimenticherò mai la sua voce e i suoi servizi alla radio. Come non aver pensato a lui, fino ad un istante prima? Ho poca fiducia di riuscire a trovare la sua tomba. Francavilla non è una città, ma nemmeno un paese di mille anime. Varco la soglia del cancello e intravedo, poco più avanti sulla destra, la fontana. Bevo a volontà, mi bagno la testa e le braccia mi metto alla ricerca della sua tomba. Do un’occhiata quasi involontaria alle cappelle poste alla sinistra del cancello d’ingresso. Una è intestata “famiglia Russo”.
Il cognome Russo è qui in Abruzzo un po’ come i Rossi a Milano. Mi avvicino alle cappella: è piccola e molto semplice. Lo sguardo attraverso il vetro e… non c’è bisogno di nessuna lettura. Una chitarra appoggiata in un angolo: è molto vecchia e “vissuta”. Due o tre corde sono rotte; è dipinta a mano con la vernice che dalla parte anteriore cola sui fianchi in maniera molto irregolare. Io la vedo viola, ma sono daltonico. Sulla destra, un poster leggermente sbiadito e la foto di Antonio, quella che lo vede attorniato da un gruppo di bambini sorridenti. Poi leggo la scritta: Antonio Russo n. Chieti 1960 m. Tblisi (Georgia) 2000. Commosso, mi fermo qualche minuto e riprendo la corsa verso casa. La sera stessa Radio Radicale manda in onda un suo ricordo. Carezze della vita?

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