venerdì, dicembre 07, 2007

Lettera aperta a Walter Veltroni

Caro Segretario, caro Sindaco, caro Walter, Tu hai voluto offrirmi nel giugno 2006, poco dopo lo svolgimento delle elezioni comunali, l'incarico di Garante dei diritti delle persone private della libertà del Comune di Roma. Nel nominarmi hai fatto riferimento - espressamente richiamandolo anche nella delibera che mi conferiva l'incarico - al mio lungo impegno per l'affermazione dei diritti civili e dei diritti umani e quindi non ignorando ma in qualche modo valorizzando la mia storia di laico, di garantista, di radicale. A parte forse qualche motivo di opportunità (la Rosa nel Pugno faceva parte della maggioranza, senza disporre tuttavia di una forza politica rilevante) devo supporre che la scelta sia stata dettata anche da motivi di simpatia, di stima, di fiducia. Poiché è molto tempo che non mi capita di incontrarti, come Sindaco, nell'esercizio delle mie funzioni di Garante e non ho avuto modo di vederti e ascoltarti, come Segretario del P.D., al recente Congresso dei Radicali Italiani, ai quali hai inviato un messaggio di cortesia, Ti scrivo questa lettera aperta per esprimere alcune preoccupazioni sulle scelte politiche che sembrano affermarsi in ordine a due questioni assai rilevanti nella vita della Repubblica. La prima riguarda quelle che - con una buona dose di ipocrisia - vengono chiamate "scelte eticamente sensibili" e che sono invece puramente e semplicemente scelte politiche su cui si confrontano diverse e, a volte opposte, concezioni etiche. Mi sembra di capire che si stia affermando silenziosamente la tesi che su tali questioni si delibera solo in caso di scelte "eticamente condivise", il che equivale a dire che, in mancanza della condivisione, non solo non si sceglie e se si sceglie lo si può fare solo a senso unico, riconoscendo una sorta di diritto di veto alle posizioni più direttamen- te legate a quelle espresse dalla Chiesa, ma è addirittura negato e impedito il normale e fisiologico confronto democratico che è tale solo se le diverse posizioni accettano di mettersi seriamente in gioco fino al momento della decisione e del voto. Mi pare che, senza riflessione esplicita e senza dibattito, si sia pericolosamente accettata la tesi della Cei al momento del referendum sulla legge 40 quando la scelta opportunistica dell'appello all'astensione fu giustificata dalla contestazione della legittimità non solo delle posizioni avverse ma della stessa partecipazione al voto: sulla vita non si vota, fu lo slogan del comitato "Scienza e Vita". Il velo di ipocrisia che circonda questa pretesa posizione di principio si squarcia e svela il suo vero motivo e le sue vere finalità quando questa tesi trova applicazione anche su materie che hanno assai più a che fare con la "roba" che con l'etica, con i privilegi clericali piuttosto che con la teologia, come è accaduto e accade normalmente con l'8 per mille o con l'esenzione dell'ICI per i beni ecclesiastici che hanno ormai solo finalità economiche e commerciali. Quando Pannella ha proposto la sua candidatura a segretario del PD non ha posto alcuna preclusione. In un grande partito a vocazione maggioritaria, inclusivo e non escludente, a nostro avviso l'unica condizione su tali questioni che si deve porre è che la libertà di coscienza valga per tutti e che le diverse posizioni - tutte legittime (e per noi beninteso lo sono anche quelle della Chiesa) - accettino fino in fondo la regola del confronto democratico senza le protezioni di inammissibili diritti di veto o l'imposizione di impossibili e inaccettabili scelte unanimistiche. Anziché affrontare questo problema - certo delicato per il PD ma dirimente - e fornire risposte su di esso, si è preferito obiettare alla candidatura con la necessità di uno scioglimento e di una confluenza che sarebbero state ovviamente fuori discussione se la candidatura fosse stata reputata legittima. Alla luce delle considerazioni precedenti, che trovano purtroppo preoccupanti verifiche perfino su un tema come quello del testamento biologico, mi sembra chiaro che la risposta a Pannella sia stata pretestuosa anche se è servita ad eludere un problema delicato: ciò che in realtà si pretendeva non era lo scioglimento dell'organizzazione politica dei Radicali Italiani ma l'impossibile rinuncia agli ideali e agli obiettivi di lotta politica che sono la sostanza e tanta parte della storia radicale, e che nonostante censure e impedimenti hanno espresso ed esprimono sentimenti, idee, convinzioni di tanta parte della società italiana e di tanta parte dell'elettorato potenziale del PD e della sua stessa classe dirigente. Richiesta naturalmente inaccettabile: che avremmo dovuto fare, sciogliere o abbandonare la Associazione Luca Coscioni? Sarebbe stato come chiedere all'On. Binetti di sciogliere o abbandonare "Scienza e Vita". Tutto ciò è già di per sé grave, almeno agli occhi di una persona che come me ha guardato con interesse e persino con speranza al percorso che ha portato alla nascita del Partito Democratico e non si è rallegrato delle sue difficoltà. E tuttavia ritengo che esista un pericolo ancora più grave ed è quello che - a causa della generale debolezza della politica, anche vostra nonostante la nascita del PD - finiate per unirvi alla destra nell'accettare la pretesa clericale di una messa al bando dei radicali. E questo è un pericolo certamente per noi e per quanti, anche all'interno del PD e del centro- sinistra e a maggior ragione nel centro-destra, condividono le nostre posizioni laiche (perché negarlo?) ma io ritengo che sia un pericolo anche e soprattutto per voi, per l'intero centro-sinistra, per lo stesso Partito Democratico. Sulle questioni della laicità dello Stato, della libertà di ricerca, del diritto dei malati a conquistare autonomia e libertà di comunicazione e di parola, delle scelte liberali anche di fronte al problema sempre rimosso della morte, io so - con buona pace del Card. Ruini - di avere dalla mia parte la parte migliore della storia e della civiltà occidentale e il sentimento religioso del mondo cristiano e di tanta parte anche del mondo cattolico. Sulla libertà di ricerca, tanto per fare un esempio, la vittoria rivendicata dal Card. Ruini è una vittoria di Pirro, come dimostra l'inarrestabile sviluppo della ricerca in Europa e in ogni parte del mondo. In nome (e per conto) di questa pretesa, la preclusione e l'esclusione si estendono a tutti i temi su cui l'impulso dell'azione radicale è stato importante, essenziale, a volte determinante e sui quali era lecito sperare che potessero verificarsi unità e convergenza. A cominciare dal terreno della lotta per l'affermazione dei diritti umani (è di pochi giorni fa il primo voto dell'ONU sulla moratoria della pena di morte) e per la promozione della democrazia nel mondo via via fino a comprendere ogni altro aspetto di una veritiera ed efficace azione riformatrice: dalla riforma liberale del mercato e dell'economia alla riforma insieme liberale e socialista del welfare, alla liberalizzazione della società dalle bardature e dai privilegi di casta (di ogni casta) e corporazione. Per tacere delle questioni della riconquista di condizioni di legalità ad ogni livello (dalla giustizia all'informazione, dalla quale ovviamente le nostre posizioni devono essere cancellate: sui temi etici ormai hanno diritto di parola solo il Papa, i cardinali, i vescovi e i loro sostenitori) o della riforma delle istituzioni. Mi fa amaramente sorridere sentir parlare oggi di lotta alla frammentazione politica vagheggiando ritorni al proporzionale in salsa tedesca o spagnola o ibero-tedesca se penso al referendum promosso e votato nel 1999 che avrebbe abolito la quota proporzionale e dato all'Italia l'uninominale secca. Quel referendum a favore del quale vi eravate schierati non raggiunse il quorum per poche decine di migliaia di voti, a causa della vostra distrazione. Siete sempre distratti quando non sono in gioco questioni di equilibrio politico o di potere ma di queste distrazioni è lastricata la strada delle occasioni perdute dalla democrazia italiana. La seconda questione riguarda indirettamente la responsabilità che mi hai chiamato ad assumere al Comune. Dopo i recenti fatti di cronaca e il brutale assassinio della signora Giovanna Reggiani, tu hai spronato il Governo ad intervenire con toni che sono apparsi a molti eccessivi e sbagliati. Il problema non riguarda la necessità di riconoscere la sicurezza dei cittadini come un valore anche di sinistra. Il problema riguarda il come. La vera sicurezza si può assicurare soltanto riconquistando condizioni di legalità e non sarà possibile raggiungere questo obiettivo se non sarà innanzitutto lo Stato ad ogni livello (a cominciare dalla magistratura) a dare l'esempio di rispettare la propria legalità. Tu hai detto che bisogna riconoscere che l'indulto (che avevi condiviso e che la tua parte politica aveva votato quasi all'unanimità) è stato un errore. No, caro Walter, è stato un errore, dopo l'indulto, abbandonare i progetti di riforma che il centro sinistra aveva solennemente affermato nel suo programma e unirsi al coro dei giustizialisti che hanno ripreso vigore e forza anche nell'Unione. Perfino Mastella si lamenta dello stallo che ha colpito in Parlamento la riforma della legge Giovanardi- Fini, la riforma dela legge Bossi-Fini, la riforma del Codice penale che viene rimandata di governo in governo e di legislatura in legislatura. Ma come vuoi che si assicuri la sicurezza con l'attuale dissesto della giustizia italiana, su cui nessuno (né il Governo, né il Parlamento, né tanto meno il CSM) hanno il coraggio di intervenire; se i processi durano anni e producono oltre a inevitabili e generalizzate almeno per i reati minori sospensioni della pena, anche quella amnistia strisciante casuale e irresponsabile che è rappresentata dalla prescrizione; se le carceri sono affollate di tossicodipendenti, consumatori di droga, alcoolisti del sabato sera responsabili di reati colposi, colpevoli di reati minori che potrebbero essere recuperati alla vita civile; se alla pena detentiva non vengono affiancate almeno in prima battuta pene alternative come accade negli altri grandi paesi europei? C'è un'altra strada? Sì, l'America l'ha tentata, è quella che abbandona il principio della finalità rieducativa della pena, che aumenta a dismisura l'affollamento del carcere, che irrigidisce oltre ogni limite (ergastolo o quasi al compiersi del terzo reato) il principio della certezza della pena. Non mi sembra che la società americana abbia conseguito invidiabili condizioni di sicurezza. Al di là della gravità dei problemi sociali, che bisogna tentare di prevedere e governare anziché denunciare quando è troppo tardi, e della percezione che ne ha l'opinione pubblica, l'insicurezza di cui soffre il nostro paese è solo la conseguenza di due questioni non risolte: quelle della legalità e della giustizia. Concludo con una domanda: ma davvero, caro Walter, su tutti questi problemi ritieni, non dico di poter fare a meno del nostro contributo, ma perfino - Tu che parli con tutti - di uno scambio di opinioni con il nostro punto di vista, rinunciando e cancellando ogni forma di dialogo?

Lunedì 3 Dicembre 2007

GIANFRANCO SPADACCIA

1 Commenti:

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