mercoledì, aprile 02, 2008

Grazia a Sofri: la sconcertante risposta di Napolitano

Da Fuoriluogo, di Gianfranco Spadaccia - 30 marzo 2008

Sono francamente sconcertato ed anche preoccupato e indignato per la risposta che il Quirinale ha dato alla iniziativa con la quale Franco Corleone aveva sollecitato una sua decisione sulla questione della grazia ad Adriano Sofri. Premetto che, senza minimamente contestare la «verità giudiziaria» contenuta nella sentenza definitiva di condanna, considero la permanenza in carcere di Sofri come una scandalo intollerabile che avviene in aperta violazione dell’art.27 della Costituzione o almeno sulla base di una interpretazione eccessivamente e ingiustamente restrittiva di tale norma. Proprio per questo tuttavia ritenevo sbagliata la sollecitazione ufficiale della grazia affidata – pur con le migliori intenzioni – a una iniziativa nonviolenta come lo sciopero della fame. Sono stato fra coloro che, con Pannella, durante la presidenza di Ciampi, si sono battuti perché la grazia tornasse ad essere, come da Costituzione, un potere esclusivo di cui il Presidente della Repubblica era stato espropriato dal Ministro della Giustizia anche a causa delle interpretazioni e dei comportamenti dei suoi massimi collaboratori. La Corte Costituzionale ha ripristinato nella sua integrità questa prerogativa presidenziale come atto extra ordinem e perciò sovrano, eccezionale e letteralmente gratuito. Temevo e temo la burocrazia del Quirinale che ha operato in passato per l’annullamento di questa prerogativa e che torna ora a limitarla, ad imbrigliarla e procedurizzarla. È quanto si è purtroppo verificato. Mi dispiace che Giorgio Napolitano non si sia reso conto della gravità di celarsi dietro le motivazioni di un suo Consigliere, distaccato dalla magistratura per seguire gli affari della Amministrazione della Giustizia. Questo funzionario può istruire, ma solo istruire, le pratiche per il Capo dello Stato. Non è ammissibile che sia chiamato a comunicare e a motivare, sia pure «per conto» del Capo dello Stato, un atto con il quale si respinge la possibilità di concedere la grazia. Ieri i burocrati del Quirinale pretendevano che la Grazia non potesse essere concessa senza la concorrente volontà del ministro della Giustizia e senza una richiesta esplicita dell’interessato. Oggi pretendono di ingessarla nei limiti delle «eccezionali esigenze umanitarie», a cui ha fatto riferimento nella sua decisione la Corte Costituzionale. Come se quella motivazione non dovesse essere invece riferita al singolo conflitto di attribuzione sollevato da Ciampi (che, se non ricordo male, nasceva dal caso Bompressi e non dal caso Sofri) e potesse essere considerata sostitutiva e limitativa delle norme costituzionali. Napolitano chiede a Corleone, in una lettera «allegata» a quella del suo funzionario, di «apprezzare le decisioni prese dall’A.G. che hanno grandemente alleviato le condizioni di Adriano Sofri». Ciò che non è apprezzabile è questa affermazione del Presidente della Repubblica per il quale evidentemente non conta nulla il fatto che siano passati ormai quasi quaranta anni dalla commissione dell’omicidio Calabresi, che Adriano Sofri in questo lungo periodo di tempo sia divenuto una persona certamente diversa da allora, che abbia reso omaggio alle leggi dello Stato e – pur contestandola – alla stessa verità giudiziaria sottoponendosi al processo e alla pena. Questa dichiarazione ci preoccupa e ci indigna per Adriano Sofri, ma ci preoccupa per la tendenza e la logica che sembra affermare. Perché se i principi della rieducazione e del reinserimento sociale non valgono per Adriano Sofri, a maggior ragione rischiano di non valere in qualsiasi altra circostanza e per la maggior parte dei detenuti. E questo ci appare come un inaccettabile stravolgimento della Costituzione e della legalità repubblicana.

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