lunedì, settembre 22, 2008

Ci si può accanire su Sofri, a certe condizioni.

da Il Foglio del 22 settembre 2008
di Giuliano Ferrara
Adriano Sofri non ha scritto niente di così scandaloso, niente che implichi la sua messa in stato di accusa sul piano morale o altre forme di risentimento. Capisco il dissenso o l’incomprensione, ma non le accuse risentite, che nel caso Sofri sono la regola da oltre vent’anni. Per come l’ho capita, ed è chiara, la tesi di Sofri è che, con il passare degli anni, un odioso delitto ha cambiato di significato. Chi ha ucciso il commissario non aveva un piano terroristico per attaccare il cuore dello Stato, voleva bensì vendicare la morte dell’anarchico Pinelli. Sono due cose completamente diverse, il terrorismo e l’assassinio di Luigi Calabresi. Chiunque ragioni con equilibrio capirà che questa differenza di significato, sanzionata per di più dal fatto che gli imputati sono stati condannati per un omicidio di diritto "comune", non è un dettaglio. Non è un dettaglio per due motivi almeno. Primo: se il delitto Calabresi fu un atto di terrorismo, Lotta continua fu un partito terrorista, ciò che Sofri e i suoi amici negano. (E che io, cacciatore di terroristi e di lottacontinuisti in quell’epoca ferrigna, nego con altrettanta convinzione per evidenti ragioni storiche: erano due cose diverse e antitetiche, due aspetti non assimilabili di un’unica grande crisi politica e sociale e della sua deriva violenta). Secondo: se fu un atto di terrorismo, scompare il movente specifico, e cioè tutta la storia torbida e insoluta, civilmente e storicamente devastante per una intera generazione politica, di Pinelli e della strage della Banca dell’Agricoltura e della caccia agli anarchici e di tutto il resto. Compreso il clima di menzogna in cui visse la Questura di Milano in quei giorni, un clima rievocato da Mario Calabresi nel suo libro a tutela della propria vita, dei propri affetti, della memoria delle vittime del terrorismo e della storia personale di suo padre. Certo, Sofri è sconfitto. Non è difficile accanirsi contro di lui. E’ stato condannato in via definitiva come mandante di quell’omicidio, ciò che è un’enormità bestiale ai suoi occhi e agli occhi di chi ha letto le carte del processo e sa chi è veramente Adriano Sofri. In più, pur essendo non colpevole, Sofri non è e non si considera "innocente", nel senso che la sua organizzazione scatenò contro il commissario una aberrante campagna di denuncia e di odio personale e simbolico al culmine della quale l’omicidio fu compiuto. E Sofri disse senza equivoci, in un discorso pubblico tenuto prima del suo arresto e della sua incriminazione, che a quell’epoca molti della sua generazione, lui compreso, erano pronti al delitto politico. Sofri si è assunto la responsabilità civile delle sue cattive azioni, e ha preso su di sé anche qualcosa di quelle degli altri. (Io aggiungo che il famoso appello degli intellettuali e dei notabili della sinistra contro il commissario dimostra che la responsabilità del clima in cui maturò l’omicidio Calabresi fu tragicamente condivisa da molti che poi hanno fatto finta di niente). Sofri si è pentito, e lo ha ripetuto nell’articolo del Foglio, di aver scritto che "in quell’atto gli sfruttati riconoscono la loro volontà di giustizia". Ha cercato con dignità e umiltà di stabilire un contatto psicologico e morale con il dolore della famiglia del commissario assassinato, senza cercare vantaggio personale. Ha subito un linciaggio forsennato, fino al paragone obliquo con il capitano Erich Priebke delle Fosse Ardeatine. Ha accettato senza vittimismi e senza piagnucolare una condanna penale che ritiene ingiusta. Perché dovrebbe accettare senza discutere anche il bollo di terrorista? Perché deve incassare senza fiatare l’oblio per Pinelli e per il dolore della vedova? In conclusione, a me sembra che per accanirsi su Sofri, per censurare moralmente la sua versione invece di discutere le sue tesi sul delitto Calabresi e sul terrorismo, occorra essere sicuri di alcune cose, tenerle per certe. Che Pinelli sia stato vittima di un "malore attivo", secondo la sentenza del giudice Gerardo D’Ambrosio. Che lo Stato italiano e i suoi rappresentanti a molti livelli fossero estranei a una torbida vicenda di depistaggi, di false accuse, di coperture in relazione alla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969.

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