venerdì, febbraio 20, 2009

Ascoltate Paolo VI

di Luigi Manconi - da "Europa"

Intervistata dal “Giornale”, la senatrice Dorina Bianchi ha affermato che la vita umana appartiene «ai cittadini e alla collettività». La risposta è stata evidentemente equivocata (vedi che succede a non farsi rileggere le interviste, specie quelle su temi tanto delicati), perché non può esser stata Bianchi a offrire una risposta così “sovietica” (come direbbe il presidente del consiglio). Cosa vuol dire, infatti, che della vita umana può disporre «la collettività»? Se si intende che alle decisioni relative alle scelte di fine vita del soggetto possano concorrere il sistema di relazioni, la rete familiare, i mondi vitali, la comunità della quale si è parte, sono interamente d’accordo.
Ma nel caso più controverso, quello di Eluana Englaro, la sola comunità che potesse venire considerata sua era quella rappresentata dai suoi genitori. E la scelta di questi è stata limpida e inequivocabile. Dunque da rispettare incondizionatamente. Oppure – ma non posso credere che questo sia il pensiero di Dorina Bianchi – la “collettività richiamata è quella rappresentata dalle istituzioni dello Stato (il Parlamento e le sue leggi).
L’intera cultura cattolica su questo punto è – dovrebbe essere – univoca nell’affermare il primato della persona. E’ questo il nodo cruciale. E infatti rispetto a scelte fondamentali, è pacifico che la decisione individuale si confronti e si integri, quando possibile, con la decisione di più soggetti: ma questi ultimi devono essere parte di un’esperienza condivisa (quale quella familiare, ad esempio).
Ma nel caso di una contrattazione tra persona e “collettività” (compresa quella familiare) così come nel caso di conflitto aperto tra stato e persona, è giusto che sia la volontà di quest’ultima, infine, a prevalere. Anche se tale scelta può turbare, anche se entra in conflitto con i nostri più profondi convincimenti. Se, dunque, è auspicabile che “nessuno sia lasciato solo” e che la decisione ultima sia l’esito di scelte condivise all’interno della vita di relazione, può accadere che ciò non sia possibile: e in tal caso, non riesco ad immaginare altri cui affidare quella decisione estrema e dolorosa, se non in diretto interessato.
D’altra parte, quando leggo le prese di posizione di molti parlamentari cattolici del PD che si dichiarano favorevoli alla legge della maggioranza sul testamento biologico, mi chiedo perché mai – a parte rarissime eccezioni – l’orientamento di quei parlamentari tende a coincidere con quello di Camillo Ruini e non con quello, per esempio, di Giovanni Reale e di Vittorio Possenti, di monsignor Casale e di Vito Mancuso. Questi ultimi sono tra le voci più acute e intelligenti, e insieme fedeli e stimate, del cattolicesimo italiano. Sono credenti a pieno titolo e a pieno titolo ubbidienti nei confronti di Santa Romana Chiesa. Ma vogliono affrontare con spirito di verità i dilemmi etici che il nostro tempo pone. E offrono risposte a quei dilemmi, appunto, in spirito di verità. Con argomenti come questi: la Chiesa “giungerà ad accettare la libertà del soggetto rispetto alla propria (alla propria, non quella di altri!) vita biologica”, dal momento che è “propriamente evangelica l’identificazione tra libertà di coscienza e principio di autodeterminazione”. In altre parole “spetta alla persona decidere; non ai medici (che vanno ascoltati), non ai vescovi (che vanno ascoltati), ma alla persona, a ognuno di noi” (Vito Mancuso).
Sullo sfondo le inequivocabili parole di Paolo VI che, nel 1970, diceva: “Il carattere sacro della vita” è ciò che obbliga il medico “a dedicarsi con tutte le risorse della sua arte a lottare contro la morte. Questo non significa tuttavia obbligarlo a utilizzare tutte le tecniche di sopravvivenza che gli offre una scienza instancabilmente creatrice. In molti casi non sarebbe forse un’inutile tortura imporre la rianimazione vegetativa nella fase terminale di una malattia incurabile? In quel caso, il dovere del medico è piuttosto di impegnarsi ad alleviare la sofferenza, invece di voler prolungare il più a lungo possibile, con qualsiasi mezzo e in qualsiasi condizione, una vita che non è più pienamente umana e che naturalmente volge verso il suo epilogo”.
Perché mai molti cattolici che militano nel PD non ascoltano queste parole e preferiscono ad esse le parole di chi definisce “mano assassina” quella di Beppino Englaro? Certo, sono i convincimenti individuali di ognuno a ispirare le opzioni di quei cattolici, ma penso che vi sia anche dell’altro: come sempre accade, il bisogno d’identità, tanto più quando tutte le identità rivelano la propria debolezza, induce a cercare rassicurazione nel discorso delle istituzioni, nelle certezze delle gerarchie, nella solidità delle grandi organizzazioni monolitiche (che, in realtà, monolitiche non sono affatto). A scapito dell’autonomia, dell’elaborazione individuale e in ultima analisi della libertà di coscienza, che è – se non sbaglio – il fondamento della “libertà dei cristiani”.

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