martedì, dicembre 05, 2006

A. Sofri da "Repubblica"

Il diritto di Welby a staccare la spina
La Repubblica del 5 dicembre 2006, pag. 1
di Adriano Sofri
Prima di dire di qualcuno che è felice, bisogna aspettarne l´ultimo giorno. Così, più o meno, Ovidio, e tanti sapienti antichi. Premeva loro di avvertire gli umani cui sembrasse arridere la fortuna: non se ne sentissero al sicuro, e gli altri non li invidiassero, fino all´ora della morte, e anzi alle esequie avvenute. Montaigne cita Plutarco. A uno che invidiava il re di Persia, arrivato così giovane su un così gran trono, lo spartano Agesilao rispose: «Già, ma nemmeno Priamo era stato infelice a suo tempo». E che cosa penseremo del contrario? Piergiorgio Welby è dannato alla sua malattia da più di quarant´anni. L´ultima ora, che ha tanto invocato, non gli sarà felice, benchè si sia spinto, poco fa, a immaginarla così: «Morire dev´essere come addormentarsi dopo l´amore, stanchi, tranquilli e con quel senso di stupore che pervade ogni cosa». Non gli sarà felice, non riscatterà i troppi anni, ma che almeno non lo sprofondi nell´offesa e nel dolore supremo. L´ha già percorso a ritroso, il cammino degli umani, come racconta lui: «gattonare, muovere i primi passi, camminare correre…», e invece: «da claudicante a paraplegico, da paraplegico a tetraplegico, fino all´ultimo stadio: respiro con un ventilatore polmonare, mi nutro con un alimento artificiale, parlo con l´ausilio di un computer». Fino ai 60 anni. Non ha resistito abbastanza? Non l´ha protratto abbastanza, il suo dolore, da meritare una mano fraterna? Dimenticate per un momento le parole grosse, che servono a spaventare e affascinare, e a rimuovere la cosa. La cosa è questa: c´è un uomo che ne ha abbastanza. La sua vita, che lui stesso, pienamente lucido, non chiama vita, dura solo grazie a un´efficienza di macchinari che sarebbe ammirevole, a condizione d´esser voluta.La ragione e la stessa Costituzione gli riconoscono il diritto di rifiutarne la prosecuzione. I congegni che, contro la sua volontà inequivocabilmente espressa, gli prolungano il tormento sono l´esempio nitido di quell´accanimento terapeutico che tutti proclamano di non volere, salvo rifiutarsi di vederlo quando si compie. Le macchine che ora lo torturano a oltranza, Welby avrebbe potuto rifiutarle, come ha fatto il suo predecessore nella carica che sta onorando, Luca Coscioni: dunque quale patto diabolico e irreversibile gli vieterebbe di rinunciare a esse dopo tanta pena? Tante, troppe voci si alzano a intimare o a scongiurare che le macchine non siano spente, che «la spina non sia staccata» - che lui vi resti attaccato, come il prigioniero al filo elettrico nel quale è incappato fuggendo. Ma attenzione: che quei congegni possano essere revocati qualcuno è disposto a riconoscerlo. Altre formule sono pronte per inquadrare quel gesto perfino ovvio: il Consenso informato, il Testamento biologico. Però Welby, esosamente, non si accontenta di chiedere d´esser staccato dal meccanismo che vive per lui e contro di lui - ci provò del resto, si è saputo, con le sue sole, irrisorie forze... Chiede che al suo commiato sia risparmiata l´atrocità di un´agonia strozzata e bestiale, che i suoi sensi siano sedati, come si deve contro la sopraffazione del dolore. Lo chiede con la meticolosità e l´osservanza che si deve alle pratiche d´ufficio: «Il sottoscritto Piergiorgio Welby chiede al Dott (…) il distacco dal ventilatore polmonare sotto sedazione terminale se possibile orale». Ecco, è questa richiesta, la dose minima di umanità, che si infrange contro la voracità della legge, e lo scandalo dell´ipocrisia, anche la più accorata, dunque più difficile da debellare. Ci sono persone che hanno troppa compassione per sè, per la severità inflessibile di cui si sentono investite, per riservarne ancora un po´ al proprio prossimo. L´anestesia che Welby chiede sarebbe omicidio, dicono. Ma che omicidio sarebbe, se il distacco dalle macchine è il suo diritto, e se la conseguenza automatica ne è la morte? Si chiama omicidio una fine meno storta dalla convulsione e dall´asfissia, che si chiamerebbe dunque morte naturale se si compisse lentamente negli spasimi del dolore. L´eutanasia: mai - si proclama. Si è appena imparata quella vecchia nuova parola, per esorcizzarla. Ma si accetti allora di proclamarne il complemento, il contrario auspicato e imposto di prepotenza: non so, la cacotanasia, la morte cattiva e incattivita, ma la cercherete invano nel dizionario dei contrari, perché la cattiveria degli umani non è arrivata a escogitarla. Il nome no, il fatto sì. Eutanasia è il dare la morte a chi la implora - salvo che diventi, tradendosi, l´assassinio del debole o dell´inconsapevole, che non vuole o non può autorizzare a niente, e che è di peso o superfluo al mondo. L´eutanasia è pietosa. Ma non occorre ammetterla: e che il cielo esima dalla prova dei fatti chi la mette al bando per sé e per gli altri. Ma la morte a Welby non sarebbe inflitta dal farmaco che chiede, bensì soltanto dalla rinuncia alla dipendenza artificiale dalle macchine. Dunque, che battaglia stiamo combattendo, se non quella ennesima della clandestinità contro la lealtà?La lucidità di Welby, che lui sente forse come la peggior condanna, dovrebbe almeno impedire di compiacersi delle accuse di strumentalizzazione ai suoi amici e compagni radicali. È lui che dedica la sua vita e la sua morte a una causa. Mi figuro quanto caro gli sia costato e gli costi - ma si smette presto di figurarsi una simile prova. È un fatto che il suo estremo desiderio personale coincide con la sua convinzione solidale. Welby non chiede a nessun altro di fare come lui. Chiede a tutti che chi lo voglia possa fare come lui. Ho ascoltato parole impensabili. Un parlamentare cristiano, per il quale non avevo che ragioni di simpatia, ha detto: «Lo stesso Welby sa benissimo che le leggi dello Stato italiano non consentono, se non attraverso il suicidio, di decidere personalmente di morire, quindi se lui ritiene di voler dare un taglio alla propria vita può suicidarsi con l´aiuto della moglie». Oltretutto, le leggi dello Stato italiano mandano in galera per molti anni la moglie di Welby che sapesse aiutarlo. Si discute accanitamente (ci sono accanimenti retorici assurdi quasi quanto le terapie) di questioni proprietarie. La vita non ci appartiene, eccetera. Dunque io non sarei padrone del mio corpo? Certo che lo sono. Però anche in questa ovvietà - senza chiamare in causa le definizioni giuridiche - entrano un paio di complicazioni. La prima è la separazione fra il soggetto e il complemento, che la sintassi verbale consente ma la realtà no. Chi sono «io» fuori dal «mio corpo»? La seconda è nell´intrusione quasi inavvertita del piacere della proprietà privata: «padrone» del «mio» corpo. Si capisce che sia la naturale replica a chi pretende di espropriarmi del mio corpo e sottoporlo a una proprietà altrui - dello Stato, della società, di Dio, e Dio sarebbe il più offeso di tutti di una supposizione così patrimoniale. Forse si può licenziare l´idea che io sia padrone del mio corpo, o il suo vendicativo reciproco, che io finisca prigioniero del mio corpo, e dire più semplicemente che io sono il mio corpo. Temiamo di mancare di riguardo all´anima, o alla mente, o allo spirito, e a qualunque altro battito che non si esaurisca nel corpo e magari gli sopravviva: e tuttavia anche la mia anima e la mia mente e il mio spirito esistono nel mio corpo vivo, e solo in esso sono i miei, sono me. Le donne, che dell´espropriazione del corpo, anche senza il pretesto della malattia, anzi con l´attribuzione di una debolezza naturale, sono specialmente esperte, lo vollero rivendicare, contro i maschi e lo Stato (maschio) e le presunte ragioni della collettività dichiarando: «Io sono mia». Bello slogan, per il momento: alla lunga, per così dire, è più bello rinunciare al possessivo. «Io sono io» - piuttosto che mia e mio. Io sono io, e la manomissione della mia libertà non è solo l´appropriazione indebita di uno Stato, di una Chiesa, di un Partito e di una Ragione collettiva, bensì la violazione sacrilega della mia persona. È questa violenza, tanto più penosa quando è più inavvertita e anzi scandalizzata e ispirata, a suggerire la messa al bando dei «casi singolari» come irrilevanti alla definizione della norma, e la superstizione delle parole, come «eutanasia». Nel primo caso si dice: non si può commisurare la legge a un caso particolare - dunque la legge deve passar sopra, alla lettera, al caso particolare, e schiacciarlo. Nel secondo si proclama: mai, anzi, MAI, ammetteremo anche solo di prendere in esame l´accettabilità dell´eutanasia - dunque la categoria generale, un nome, basterà a escludere il caso particolare, la sua povera carne e le sue ossa rotte, e a schiacciarlo. «Rivoglio la mia morte, niente di più, niente di meno!» Così Welby: abbiamo già sentito questa cosa, no? «... E nell´ora della nostra morte». Della nostra, dunque. E così sia.

2 Commenti:

Blogger Antonio ha detto...

Articolo assai bello per la sua limpidezza e logica inoppugnabile, ma nonostante tutto, ahime, servirà a poco nello squallido quadro politico italiano. E' ora di lanciare una battaglia civile su questi temi che superi gli opportunismi dei partiti facendo leva sul senso di pietà per chi soffre e sui diritti civili dei soggetti. Può essere che questa volta le persone si sentano toccate nel cuore e nel destino. A quando un referendum? Forse al povero Welby non servirà, ma almeno avrà la piccola consolazione della solidarietà collettiva e che le sue parole avranno un senso per altri, per la vita degli altri.

9:05 PM  
Blogger mario ha detto...

Sottoscrivo in pieno, Antonio!

11:41 PM  

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