giovedì, settembre 25, 2008

Su Pinelli, "la lobby" inesistente e le semplificazioni manichee


mercoledì, 24 settembre 2008

Pubblico di seguito due articoli scritti assieme al mio amico Sergio Sinigaglia. Entrambi si riferiscono a "La piuma e la montagna", libro che abbiamo curato e di prossima pubblicazione per Manifestolibri. Il primo articolo è quello che dà il titolo a questo post, e riscontra alcuni pezzi usciti in questi giorni sulla vicenda Pinelli-Calabresi-Sofri. Il secondo è una precisazione che è stata pubblicata oggi su Il Manifesto, dove ieri è apparsa l'anticipazione dell'intervista a Licia Pinelli che troverete ne "La piuma e la montagna".
Francesco Barilli

In questi giorni si è acceso il dibattito sulla vicenda della morte di Giuseppe Pinelli a partire da un articolo di Adriano Sofri sul Foglio, dove, tra l'altro, si fa riferimento all’intervista rilasciata da Licia Pinelli nel libro “La piuma e la montagna”, da noi curato e di prossima uscita con manifestolibri. Quell’intervista, prima ancora della sua pubblicazione, corre il rischio di trasformarsi nella miccia che, nel riaccendere il dibattito su quegli anni, porti di nuovo all'affermazione della logica del “muro contro muro”, riproponendo dinamiche appartenenti ad una fase politica ormai ben lontana. Capiamo che la delicatezza del tema (più corretto sarebbe parlare di temi, fra loro connessi, da Piazza Fontana alla condanna di Sofri, passando per le morti di Pinelli e Calabresi) possa portare le persone coinvolte a reagire, ogni volta che l’argomento viene ripreso, in modo passionale e viscerale, ma crediamo che tutto questo vada contro la necessaria riflessione su quei tempi, stando ben attenti a non ricreare gli schieramenti di allora. Ma andiamo con ordine, partendo proprio dall'intervista a D’Ambrosio di sabato scorso [nota: su "Il Riformista"]. A molte affermazioni ha già risposto lucidamente Adriano Sofri il 22 settembre 2008, sempre su questo giornale, e ci limitiamo a qualche sottolineatura. E’ inesatto affermare che la signora Pinelli sarebbe tornata a sostenere certe tesi “dopo che Sofri ha riaperto il caso”. L’intervista a Licia è del gennaio 2008, per cui la consecuzione logica e temporale con cui si sono riaccesi i riflettori sulla vicenda è ben diversa. Sull’indignazione di D’Ambrosio di fronte alla formula del “malore attivo”, che lui sostiene di non avere mai utilizzato, diremo che se Sofri, nel titolo del suo libro del 96 che raccoglieva e commentava la sentenza del 75, ha parlato di “malore attivo” non ha detto una falsità. Ha solo semplificato e sintetizzato quella che nel dispositivo fu definita l’ipotesi più verosimile per la caduta di Pinelli, una semplificazione aderente ai concetti che in quella sede venivano espressi (dove si parla di “precipitazione per improvvisa alterazione del centro di equilibrio”). Irrita maggiormente, nell’intervista a D’Ambrosio, l’adombrata esistenza di una “lobby per Pinelli”. Non solo, naturalmente non esiste nessuna lobby, ma Francesco Barilli, che ha curato l'intervista alla Pinelli, ha 42 anni, e non ha vissuto direttamente quei tragici fatti; conosce da tempo Licia e ha seguito il caso del marito per passione civile. Da quasi quarant’anni la signora Pinelli sostiene che su tutti quelli che collaborarono a quel fermo di polizia terminato tragicamente grava una responsabilità, morale se non penale, nella morte del marito. Tutto questo senza aver mai voluto ricondurre il fatto ad una sorta di guerra “Pinelli contro Calabresi”. Proprio quella semplificazione ha già causato abbastanza lutti e dolori. La morte di Giuseppe Pinelli, riprendendo ancora concetti che Francesco espose al figlio del commissario in una lettera aperta dello scorso luglio, non la si può cristallizzare nell’istante della precipitazione. La vicenda comincia prima di quell’ultimo interrogatorio e finisce dopo. Comincia col suddetto fermo di polizia (svoltosi in termini e modi contrari alla legge e questo lo conferma pure la sentenza, come già ricordato da Sofri). Termina con una campagna diffamatoria verso la vittima, di cui si volle sostenere il suicidio e il coinvolgimento nella strage di piazza Fontana. Queste due menzogne, acclarate anche in sede giudiziaria, furono portate avanti nell’immediatezza dei fatti e per diverso tempo in seguito, se non col consenso almeno con l’acquiescenza di tutti quelli che parteciparono a diverso titolo agli interrogatori di Pinelli, nessuno escluso. Non è nostra volontà tentare una sgradevole graduatoria d’importanza o di gravità fra la campagna denigratoria subita da Pinelli e quella che immediatamente dopo subì Luigi Calabresi (dal tragico esito e giustamente condannata), ma va sottolineato che a quella contro il commissario parteciparono movimenti, intellettuali e artisti, a quella contro il ferroviere anarchico partecipò lo Stato. Forse per questo è stata rimossa dalla memoria collettiva. Concludiamo rilevando che scopo del nostro libro, come argomentiamo nella presentazione, è quello di fare uscire dall'oblio vicende ormai rimosse, dimenticate, evitando di contrapporre morti a morti, ma valorizzando la scelta di chi allora, come tanti altri, optò per l'impegno pubblico, pagando con la vita. Con la “La piuma e la montagna” abbiamo voluto evidenziare come quel decennio non possa essere riduttivamente definito “anni di piombo” perché l'Italia di allora era anche un Paese attraversato da grandi movimenti di massa che lottavano per diritti sociali oggi sempre più messi in discussione. Il nostro libro, attraverso le testimonianze dei familiari e degli amici di undici uccisi per mano delle forze dell'ordine e dei neofascisti, parla di quell'Italia.


Francesco Barilli e Sergio Sinigaglia






Perché “La piuma e la montagna” Nel ringraziare il Manifesto per l’attenzione e lo spazio concessi all’intervista a Licia Pinelli, vorremmo fornire alcune precisazioni, sulle quali concorda la signora Pinelli, che ci ha telefonato. Ci sembra che l’occhiello e il sottotitolo scelti per l’articolo taglino con l'accetta concetti in realtà diversi o comunque ben articolati. Infatti Licia non ha detto “Pino, vittima di Calabresi”, né “Mario Calabresi ha scritto un libro che, per difendere la memoria del padre, offende la nostra”. Capiamo che un sottotitolo o un occhiello debbano attirare l’attenzione del lettore e quindi a volte la sintesi possa contrastare con la complessità dell'argomentazione. Ma al di là di queste osservazioni, quello che ci preme è far sì che il dibattito e la riflessione attorno al nostro libro evitino di imboccare il vicolo cieco della contrapposizione frontale, riproponendo gli stessi schieramenti di allora, cosa grottesca e inutile. “La piuma e la montagna” nasce dall'esigenza, lo spieghiamo diffusamente nella nostra presentazione, da un lato di valorizzare chi allora, come tanti, scelse l'impegno politico pubblico, con passione e altruismo, e pagò con la vita questa scelta. Dall'altro evidenziare come continuare ad etichettare quel decennio come “anni di piombo” sia riduttivo e sbagliato, perché in quel periodo il nostro Paese fu attraversato da grandi fermenti sociali, dei quali parlano diffusamente i familiari e gli amici da noi intervistati. Ne emerge un'Italia, inevitabilmente molto lontana, dove migliaia e migliaia di giovani lottavano per ideali, oggi sempre più calpestati. Ecco perché pensiamo che la discussione che inevitabilmente sta nascendo sul nostro lavoro debba evitare di riproporre logiche e semplificazioni dannose quanto inutili, anche nel rispetto di chi, faticosamente, ha deciso di raccontare di nuovo fatti così dolorosi che hanno cambiato completamente la loro vita.


Francesco Barilli e Sergio Sinigaglia

2 Commenti:

Blogger Pereira ha detto...

SE POTETE, MANDATE LA MIA RISPOSTA A QUESTIO SIGNORE SENZA DARGLI MIO INDIRIZZO. GRAZIE
Gentile lettore,
rispetto le sue convinzioni, ma non ne condivido nemmeno una riga. Sofri è il mandante dell'omicidio Calabresi, come hanno acclarato inequivocabilmente un numero impressionante di sentenze della amgistratura italiana. Calabresi era un onesto servitore dello Stato, e non era responsabile di nessuna criminalizzazione di Pinelli. Questo penso io, suffragato dalle sentenze definitive della Cassazione. La saluto cordialmente
marco travaglio



Gentile Direttore, Le sarei molto grato se facesse pervenire queste brevi osservazioni a Marco Travaglio oppure se mi fornisse il suo indirizzo e-mail.

Ho sempre pensato che i soli ad avere interesse ad ammazzare il commissario Calabresi fossero i depistatori/mandanti della strage di piazza Fontana. E' storicamente acclarato che Calabresi fu parte attiva (e non innocente) nel tentativo di criminalizzazione degli anarchici e in cui il "suicidio" di Pinelli fu un "incidente di percorso". I mandanti della strage di piazza fontana erano e sono anche i mandanti del depistaggio. Ed è indubbio che Calabresi li conosceva... Chi allora poteva temere una sempre possibile crisi di coscienza di Calabresi. Chi poteva temere che Calabresi potesse fare i nomi di chi gli aveva detto di indirizzare e depistare le indagini. Ovviamente gli stessi che l'hanno fatto uccidere: i mandanti della strage di piazza Fontana.

http://lombardia.indymedia.org/?q=node/8846

Anch'io sono convinto di questo: basti rileggere quello che Gemma Capra ha scritto, a suo tempo, in riferimento al periodo immediatamente precedente il delitto. Basti riflettere sul clima che c'era in Questura in quel periodo, di come Calabresi fosse isolato e guardato con sospetto, basti rileggere quello che ha scritto Vasile sull'Unità: Calabresi si era, prima di tutti, pericolosamente avvicinato ai segreti e ai mandanti della strage di Piazza Fontana.

Per questo il delitto Calabresi è un atto terroristico, e la sortita di Sofri è un macigno sulla strada dell'accertamento della verità.

Se Sofri come afferma e molti, me compreso, ritengono vero, che non è stato il mandante dell'omicidio Calabresi, perchè poi si arroga il diritto di dire che non fu un atto terroristico ?

ll Giudice D'Ambrosio afferma giustamente:
«Davvero non capisco dove voglia andare a parare Sofri. La sua uscita è fuori luogo, fatico capirla.Dice il falso quando attribuisce la responsabilità della pista anarchica al povero Luigi. Fu la Polizia di Roma ad ordinare il fermo di Valpreda. Ma poi, se non è stato terrorismo quel delitto, mi domando cosa può esserlo. Esiste per caso un tribunale che condannò a morte Calabresi? Non mi risulta. Quell'uomo fu vittima di una campagna di denigrazione atroce, senza precedenti e mai più ripetuta, per fortuna. Credo che suo figlio sia andato all'Onu con pieno diritto. Che sia proprio Sofri ad affermare il contrario, mi sembra grave».

Il fatto che :" Quell'uomo fu vittima di una campagna di denigrazione atroce, senza precedenti e mai più ripetuta, per fortuna " non comporta necessariamente che sia stato ucciso per quello.
E' grave che Sofri cerchi di accreditare un sillogismo che avrebbe senso soltanto se Lui fosse il vero mandante. "Io non sono terrorista, Io sono stato condannato per il delitto Calabresi, il delitto Calabresi non è un atto di terrorismo".

E' gravissima, poi, l'affermazione categorica, che circoscrive tutto in un orizzonte ristretto e riduttivo:

L’omicidio di Calabresi – che è responsabilità di chi lo commise, e non di chi firmava appelli contro una sconvolgente vicenda di terrorismo di Stato e di omertà istituzionali – fu l’azione di qualcuno che, disperando della giustizia pubblica e confidando sul sentimento proprio, volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca.

Ecco il punto: Chi lo commise ? e chi fu il mandante ? se non è stato Lui, perchè non sforzarsi di trovare chi è il mandante ? Anzi cosa ancora più grave dare per scontato che non ci sia stato un mandante ?

Qualche tempo fa, in occasione della famosa stele in onore del Commissario Cotroneo sempre sull'Unità scrisse:


“ Sappiano che ci fu un vero e proprio linciaggio della stampa contro di Lui. Sappiamo che non fu ne scortato né protetto. E sappiamo che fu assassinato per questo motivo”.




Allora non era chiaro a cosa fosse collegato la frase: E sappiano che fu assassinato per questo. Sembra il responso della Sibilla Cumana: a seconda che si elimini una frase la responsabilità si sposta come il giuoco delle tre carte:
“ Sappiano che ci fu un vero e proprio linciaggio della stampa contro di Lui.
E sappiamo che fu assassinato per questo motivo”. La responsabilità ricade su Lotta Continua e su Sofri;
Sappiamo che non fu ne scortato né protetto.
E sappiamo che fu assassinato per questo motivo”. La responsabilità ricade sui servizi segreti
Adesso un termine viene eliminato. Non si parla più ne di scorta, ne di protezione la bilancia pende tutta da una parte.

E' con molta amarezza che si assiste a tutto questo nel giornale fondato da Antonio Gramsci, per il quale la verità è rivoluzionaria. Non si tratta di Sofri, forse è giusto che stia in carcere, ma per la VERITA': per rispetto di un uomo
e della sua famiglia:
:” (Pinelli) – Venne trattenuto illegalmente, ben oltre le 48 ore previste dal fermo di polizia, dopo essere stato fermato nella sede di via Scaldasole dal Commissario Luigi Calabresi . Il questore di Milano affermò in una conferenza stampa che l’anarchico, sentendosi scoperto, si era suicidato.
Saverio Ferrari – Le stragi di Stato – con prefazione di Vincenzo Vasile fondato :” unicamente su atti giudiziari”

Il Commissario Calabresi e Giuseppe Pinelli non hanno bisogno di ne di francobolli né di stele, ne di riconoscimenti: ma solo dell’accertamento della verità. E’ quello che, a quanto sembra, cerca solamente e dignitosamente la vedova Licia Pinelli.
“ Immagino soltanto una soluzione per questa tragedia lunga trent’anni: chi, quella notte, era nella stanza al quarto piano della questura di Milano, parli, racconti la verità. La verità è giustizia e soltanto la verità potrà rimarginare le nostre ferite e liberarci del passato “.
“ Soltanto la verità potrà fermare il tremore delle mie mani “

Mitt. Spinelli Francesco –
Vico 3° Marconi 12 Falerna CZ Con immutata stima
ufficiotecnico@comune.falerna.cz.it.

P.S. A chi in parlamento sosteneva che Giuseppe Pinelli era stata la 18a vittima della Strage di Piazza Fontana Gerardo D'Ambrosio rispose, giustamente che Luigi Calabresi era la 19a.

2:48 PM  
Anonymous Anonimo ha detto...

Leggendo attentamente la parte cruciale della sentenza D'Ambrosio,

sembra di vedere una scena cinematografica:

" Pinelli accende la sigaretta che gli offre Mainardi.

L’aria della stanza è greve, insopportabile. Apre il balcone, si avvicina

alla ringhiera per respirare una boccata d’aria fresca,

una improvvisa vertigine, un atto di difesa in direzione sbagliata,

il corpo ruota sulla ringhiera e precipita nel vuoto.

Tutti gli elementi raccolti depongono per questa ipotesi" :

ma le ipotesi sono due:

una improvvisa vertigine,

un atto di difesa in direzione sbagliata.

Chi, per primo, ha coniato il termine di malore attivo ha fatto la più

grande azione di depistaggio e disinformazione,

certamente non in buona fede.



Tra le due ipotesi, una improvvisa vertigine è non palesemente verosimile,

Non resta che : un atto di difesa nella direzione sbagliata.

Le parole sono pesate, chissà per quanto tempo sono state meditate e rimuginate:

sembrano la quadratura del cerchio.

Quindi la domanda è:un atto di difesa rispetto a che cosa ?

3:08 PM  

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