sabato, ottobre 11, 2008

25 anni in carcere vi sembran pochi?


da Liberazione del 9 ottobre 2008


di Andrea Colombo

Francesca Mambro è entrata in carcere nel 1982. Era una ragazza giovanissima, neppure 23 anni, ed era anche una pericolosa terrorista, macchiatasi di numerosi delitti. Da allora sono passati 26 anni, una ventina dei quali Francesca li ha passati chiusa in una cella. A qualcuno sembrano pochi.
Oggi Francesca Mambro è una donna adulta, e sarebbe falso affermare dire che è una persona diversa da quella che era allora. E ' la stessa ed è anche l'opposto. Non ha perso nulla dell'antica passionalità e ansia di trasformazione.
La stessa ansia che la spinse trent'anni fa su strade sbagliate e orrende un numero non insignificante di giovani di estrema sinistra e di estrema destra. Solo che ora non la adopera più per comminare pene di morte ma per combattere la pena di morte in tutto il mondo, e forse non è un caso che lavori da anni proprio in quell'associazione a cui si deve in buona misura l'impegno italiano per la moratoria contro la pena capitale, "Nessuno tocchi Caino".
Chiunque conosca Francesca Mambro, e a Roma la conoscono in moltissimi, sa perfettamente che si tratta di una persona non più socialmente pericolosa ma, al contrario, socialmente utile. Un'intelligenza e un'energia recuperate al mondo civile. La prova vivente di quanto assurda, feroce e fondamentalmente stupida sia la penacapitale, anche quando comina di quella morte bianca denominata "fine pena mai".
La libertà condizionale di cui Francesca gode da due giorni dovrebbe essere un'occasione di festa non per i suoi amici, numerosi tanto a destra quanto a sinistra, ma per chiunque non canti le lodi della nostra Costituzione solo per calcolo ipocrita ma per fondata convinzione. Incluso qualche sindaco che ha perso la testa correndo dietro ai ragazzini armati di bombolette di vernice come se fossero un pericolo pubblico. Dovrebbero, tutti, festeggiare una Carta che, scritta in tempi più civili, assegna alla pena la funzione di recupero e non di vendetta, e bolla non solo la forma ma anche lo spirito della condanna a morte.
Invece no. Invece da due giorni diluviano dichiarazioni indignate, elargite a piene mani da politicanti consapevoli di incamerare così una facile notorietà, che la galera non ha mai tirato tanto. Passi per quelli di destra, che un certo culto per le sbarre e i chiavistelli ce l'hanno in dote culturale e che almeno, a compenso della crociata forcaiola, ottengono voti sonanti. Meno comprensibile la foga carceraria della sinistra, che diffondendo scioccamente quella cultura, regala ai rivali voti e consensi in quantità massicce. Come si scopre ogni volta che si aprono le urne elettorali.
Ma, considerazioni opportuniste a parte, lo sbaglio è comune, e accomuna un'intera classe politica che, con poche eccezioni, ha dimenticato quello che dovrebbe essere il ruolo di una classe dirigente e lo ha confuso con il mestiere del piazzista pronto a tutto pur di incassare consensi facili. Solo che in questo caso il termine sbaglio non rende l'idea. Cannibalismo è più preciso.
Ed è cannibalismo anche la sentenza che, ieri, ha chiuso per altri tre anni Pierluigi Concutelli dietro quelle sbarre dove ne aveva già passati una trentina. A renderlo di nuovo una minaccia per la società non è stato un qualche delitto degno del nome, ma una quantità risibile di fumo. E checché ne dicano i codici, una condanna del genere con la giustizia c'entra poco e niente. Moltissimo invece con una cecità accanita e persecutoria, di quelle che producono criminalità assai più di quanto non la eliminino.

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