martedì, agosto 12, 2008

I fabbricanti di macerie

"La Repubblica", 11 agosto
ADRIANO SOFRI
Macerie: fabbricare macerie. Solo sulle macerie si può costruire la pace, e l´archeologia. Un paio di giorni bastano a distruggere: poi verranno anni alacri a riedificare, ed esumare salme. Ossezia del nord e Ossezia del sud furono uno degli sfizi di Stalin con la carta geografica. Sul versante fra Caucaso del nord e del sud, vennero divise in modo da appartenere, la prima, con capitale Vladikavkaz (è lì che si trova Beslan), alla Russia, la seconda alla Georgia. Immaginiamo un Tirolo caucasico. E teniamo conto delle misure. La Cecenia, vi ricorderete, è grande come la Calabria, e aveva, prima d´esser più che decimata, poco più di un milione di abitanti. L´Ossezia del sud è più piccola del Molise, e non tocca i centomila abitanti. L´Abkhazia ne ha attorno a 200 mila – gli abkhazi sono la metà – ed è grande, cioè piccola, come l´Umbria. È attorno a territori e a popoli così minuscoli che si scatena una simile furia. La Georgia, un quarto dell´Italia e meno di cinque milioni di abitanti, rivendica la propria sovranità su Abkhazia e Ossezia del sud, dopo essersi dichiarata indipendente dalla Russia al momento dell´esplosione dell´Urss, nel 1991. Ma nello stesso momento le due piccole regioni si dichiararono indipendenti dalla Georgia, e ricorsero alla Russia come protettrice. In questa tragicomica festa da ballo, alcune lezioni splendono. La prima: che tutte le potenze, quando giocano col mappamondo, seguono il criterio che di volta in volta assecondi i loro interessi materiali o i loro capricci psicologici. Non è vero che le democrazie agiscano allo stesso modo delle autocrazie: è vero però che non agiscono in modo abbastanza dissimile, e specialmente che non rinunciano alle doppie misure. Così, il riconoscimento dell´indipendenza del Kosovo – alla cui origine stette lo sciovinismo serbo – è venuto dopo che la comunità internazionale ha lasciato degradarsi e precipitare la situazione di quella regione, nonostante la catastrofe della Bosnia, fino a rassegnarsi all´investitura di un´autorità malavitosa e alla vendetta sulla minoranza serba. La Russia, che aveva perpetrato un vero genocidio contro il secessionismo della Cecenia, dopo averlo di fatto autorizzato, ha denunciato il secessionismo del Kosovo e il suo riconoscimento americano ed europeo, e ne ha fatto il pretesto per un invadente infeudamento dei "fratelli serbi", e soprattutto delle loro risorse economiche e militari. La stessa Russia, che ha scommesso sulla distruzione della ribellione cecena prima, e su petrolio e gasolio e grano poi, il restauro spettacoloso della propria potenza imperiale, ha chiamato terrorista la rivendicazione indipendentista cecena o inguscia o di ogni altra mossa centrifuga nel mosaico del Caucaso del nord, e si presenta come tutore cavalleresco – "peacekeeper": che bocca grande che hai – del secessionismo abkhazo e sudosseto. Le cui minoranze hanno molte ragioni dalla loro (non sono nomi esotici da cercare con la lente d´ingrandimento sulle carte: sono luoghi fatati, così l´Abkhazia del Vello d´oro o del Prometeo caucasico) e però hanno attraversato processi simili ai regimi di malaffare delle minoranze kosovara o serbobosniaca nella ex-Jugoslavia, come l´Ossezia meridionale. Luoghi minimi, ma di cerniera fra le genti, e di enorme peso simbolico – le guerre si fanno soprattutto per ragioni simboliche, sangue vero e posta simbolica, una qualche Elena, neanche tanto bella – hanno sperimentato dall´una e dall´altra parte il metodo che da sempre, e oggi più che mai, i grossi seguono per ingoiare i piccoli: "ripopolando" con la propria etnia il loro territorio, così da diventare maggioranza, ieri georgiani (ne sono stati espulsi dall´Abkhazia quasi 200 mila), oggi russi (ha ricevuto il passaporto russo il 90 per cento degli osseti meridionali). Il metodo cinese in Tibet. Altra lezione: le potenze sono stupide. Non dico solo che non siano lungimiranti, o appena intelligenti. Sono stupide, ottuse. Non è la maledetta sete di petrolio che rende stupidi: però rende più stupidi. Il petrolio è spesso la causa, altre volte il pretesto. E si moltiplicano colà oleodotti e gasdotti, pacchia dei terroristi venturi. Altre volte la stupidità e il furore trionfano senza che corra una goccia di petrolio. (O, come nel caso russo-georgiano-osseto, senza una goccia di islam). Basta pensare alla differenza fra l´oggi, e il momento, un pugno d´anni fa, in cui la svolta filoamericana del presidente georgiano Saakashvili si tradusse nell´impianto di consiglieri militari Usa nel Paese (e in altri della cruciale fascia turchica dell´Asia centrale): la Russia di Putin sembrava alle corde, e la politica occidentale e la Nato agivano come se fosse destinata ad andare al tappeto. Oggi Saakashvili ha scelto di forzare la mano ai suoi protettori occidentali – forzarla appena, perché la sua mossa era imprevista, ma solo per una differenza di pochi giorni, intanto che Putin in camicia salutasse gli atleti a Pechino e Medvedev pescasse sul Volga – e gliene è incolso un gran male, perché la Russia è tutt´altra da quella dell´indomani dell´11 settembre. Il tempo di un cambio di camicia con una mimetica, e Putin ha presieduto da Vladikavkaz a una ritorsione militare così schiacciante da far retrocedere la Georgia a rotta di collo. Altro che pirotecnia pechinese. E solo se fosse impazzito Saakashvili potrebbe immaginare oggi una discesa in campo militare degli Usa o della Nato al suo fianco: e doveva essere assai annebbiato per non prevedere che la spedizione a Tskhinvali sarebbe stata un regalo magnifico alla gloria guerresca di Putin. Altra lezione: la potenza è per definizione smisurata. Bush che protesta contro l´eccesso della ritorsione russa vuole scherzare: proprio lui, poi. La potenza disconosce e disprezza le proporzioni. Questa scacchiera caucasica (la culla del mondo, forse, dell´Europa certo) lo mostra spettacolarmente: il confronto semimondiale fra onnipotenze – se non altro perché ciascuna è in grado di provocare la fine del mondo – si accende e divampa sulla sorte di un paesino di montagna e della sua poca gente, pastori millenari e croupier reimmigrati. Semimondiale, perché qualcuno per il momento può starne alla larga, e, come la Cina, riderne di gusto. Sospendiamo l´elenco delle lezioni – vecchio elenco, del resto. E vediamo la piccola novità della guerra lampo. Vuol dire che non è affatto destinata a finire presto, e forse mai – finirà mai la guerra in Cecenia? – ma è la guerra che esplode in un lampo. Non ha bisogno di incubare, non aspetta macchinazioni diplomatiche, telegrammi di Ems, provocazioni terroristiche, attentati di Sarajevo, tergiversazioni sull´alleanza con cui schierarsi: si scatena in un batter d´occhio, emula finalmente del disastro naturale, del terremoto, dello tsunami, che non a caso sono ormai il lessico prediletto dalla politica quotidiana. Abitate nel vostro appartamento di Tskhinvali, o di Tbilisi, o di Gori, siete usciti a comprare la famosa anguria della costa del Mar Nero, vi siete preparati a guardare l´inaugurazione di Pechino, siete un vecchio seduto all´ombra su una panchina, oppure una ragazza che ha preso un appuntamento con un ragazzo, e in un momento siete estirpati dalla vostra terra, voi e le vostre case e i vostri giardini e i vostri pensieri. Finito. Mettiamo che i morti ammazzati di Tskhinvali siano davvero duemila: sui 35 mila della popolazione! E decine di migliaia di profughi. La guerra? I russi, mentre la loro aviazione bombardava smisuratamente, spiegavano di non essere in guerra. I georgiani, mentre ritiravano le loro truppe dall´incauta avventura, gridavano: siamo in guerra. Sapete, le parole non sono bombe. Ho conosciuto alcuni dei luoghi contemporanei che ricevono il nome di guerra. Abbastanza da provare una ripugnanza per lo sventato ricorso a parole guerresche in altri luoghi – l´Italia, per esempio, da più di sessant´anni a questa parte. So che differenza c´è fra abitare a Grozny, o a Sarajevo, o a Kigali e a Tskhinvali, e abitare a Firenze o a Napoli. Dunque so spiegarmi la facilità con cui passiamo oltre le immagini di Grozny ieri, di Tskhinvali oggi, e torniamo alla semifinale di nuoto quattro stili. Tuttavia in quella imminenza di un espianto improvviso dalla propria casa, dalla propria terra, dall´appuntamento con la propria ragazza, in cui tanta parte del mondo vive e muore, guerre e terremoti, tsunami e terrorismo, c´è una campana che suona anche per noi. Adulti vanitosi, gente che spesso alza il gomito, e che non è comunque all´altezza, guidano macchine troppo potenti per loro. È come dare in mano a un ragazzo, nuovo alla notte fonda e alla birra e alla guida, un´automobile che fa i 240, e stupirsi che non stia sotto i 60. Anzi, non è così, è molto più pazzesco. La gente che intervistata mette in cima alle proprie preoccupazioni la propria sicurezza, e poi dettaglia: gli zingari, gli scippi... Forse ha sentito l´universalità di quel vento che espianta le città. Forse ha sentito il repentaglio della terra intera, in cui il famoso rischio è globale, e i Paesi di monte e di mare da centomila abitanti vogliono ancora vivere e morire per diventare Stati, e accomodarsi, da sovrani, come un osso nelle fauci del competente lupo cattivo.

giovedì, agosto 07, 2008

Piccola Posta

da Il Foglio del 6 agosto

di Adriano Sofri

Da anni il movimento irredentista nonviolento uiguro dello Xinjiang, il Turkestan orientale, e la sua leader Rebiya Kadeer ieri intervistata a Monaco in Baviera da Sylvie Lasserre, per la Stampa - partecipano a congressi e incontri del Partito Radicale Transnazionale: pressoché nessuno ha mostrato di accorgersene, odi farne il minimo conto. Ora che, com`era avvenuto per la Cecenia, come rischia di avvenire per il Tibet, gruppi uiguri sono tentati dal fondamentalismo islamista e dalla violenza, dentro e fuori dei loro immenso paese, i nostri media corrono - molto lentamente - ai ripari, e i conduttori di telegiornali fanno le loro prove di dizione ("iuguri", è per ora la loro versione preferita). Se valesse solo per i media, sarebbe la spiacevole conferma di un provincialismo e una pigrizia mentale e morale. Vale anche per i governi e le istituzioni internazionali, e sono guai enormi per la pace e il diritto della terra. Ripubblico la dichiarazione con la quale Rebiya Kadeer accompagnò l`anno scorso la sua iscrizione al Partito Radicale: "Da tempo il Partito Radicale`I`ransnazìonale si occupa degli uiguri e ci aiuta. E` un partito che è ascoltato non solo dal nostro popolo, ma dal mondo intero. I Radicali hanno aiutato un popolo come il nostro quando nessuno ci conosceva, all`inizio della nostra battaglia. E poiché ci avete aiutato a far conoscere al mondo intero la nostra causa, ho deciso di iscrivermi a questo partito, Siete stati i primi ad aprirci le porte, ad ascoltare le nostre voci e il nostro pianto, a trasmettere i nostri messaggi ad altri. Vi ringrazio e mi unisco a voi", Rebiya, candidata al Nobel per la pace e presidente del Congresso mondiale uiguro, ha 61 anni, e vive oggi in esilio dopo aver trascorso sei anni nelle galere cinesi.

Il popolo uiguro, minoranza oppressa adottata dai radicali

Lunga militanza Una causa sposata alla fine degli anni `90

da Corriere della Sera del 6 agosto 2008

di Alessandra Coppola

Dal giorno del suo ingresso a Palazzo Madama, lo scorso aprile, il senatore Marco Perduca, nome di blogger «Perdukistan», porta sul risvolto della giacca una stella e una mezzaluna con fondo azzurro. Non c`è un collega che abbia indovinato di che si tratta. «Tra stemmi del Rotary e croci dei Cavalieri di Malta - ironizza - spicca la mia spilletta con la bandiera uigura, che nessuno ha mai visto prima. Praticamente ogni giorno c`è chi mi chiede che cosa sia, qualcuno
anche turbato dal richiamo all`Islam».
«Pubblicizzazione necessaria», la definisce il senatore. Banchi del Pd in quota radicali, Marco Perduca è l`uomo che nel partito di Pannella s`è fatto carico della difesa della minoranza musulmana turcofona della sperduta provincia cinese dello Xinjiang. O Turkestan orientale, nelle rivendicazioni degli autonomisti.
Se la maggior parte degli italiani fa fatica a pronunciarla e difficilmente la associa a un punto sul planisfero, la parola «uiguro» nel lessico radicale è nota, diffusa e scandita con fluidità sulle onde della radio. Marco Pannella mostra quasi con tenerezza l`immagine di Rabiye Kadeer, la leader del Congresso mondiale uiguro, abbracciata dal Dalai Lama, due battaglie che confluiscono. Si rabbuia per «il tentativo cinese di dare al popolo uiguro la responsabilità di episodi di terrorismo», riferimento all`attentato di lunedì. Torna a illuminarsi nel ricordo della bandiera consegnata ai radicali «perché la conservassimo» nell`aprile del 2002 a Ginevra. Bella grande, con le frange e l`asta di ottone. Perduca sta pensando di portarla nel $uo ufficio al Senato, vessillo di un impegno che è cominciato oltre dieci anni fa.
Ong riconosciuta dalle Nazioni Unite, il Partito radicale transnazionale ha incontrato la causa uigura alla fine degli anni Novanta, alle sessioni che l`allora Commissione Onu per i diritti umani dedicava alle minoranze oppresse in Cina.
Ha scoperto che c`erano tutte le componenti che gli sono care - a partire dalla lotta per la libertà religiosa -, l`ha sposata. Quindi l`ha accompagnata a Bruxelles.
«Siamo stati noi a portare la questione all`Europarlamento», rivendica Marco Cappato. Le interrogazioni sulla sorte di due figli di Rabiye Kadeer in carcere in Cina con ambigue accuse di cospirazione; la proposta dell`assegnazione alla leader del premio Sakharov; le conferenze stampa; gli appelli. L`ultimo, a marzo, ha raccolto 134 firme trasversali. «Sostegno di vitale importanza per la nostra lotta non violenta», ha risposto agli eurodeputati la Kadeer.
Un punto decisivo, la non violenza, perché marca una presa di distanza dalle azioni delle frange estreme, sospettate anche di contiguità con i talebani: volontari uiguri avrebbero combattuto in Afghanistan. «Non ci sono prove», ribattono i radicali. E insistono sulla necessità della lotta pacifica sul modello del Dalai Lama in Tibet. Una svolta imboccata da tempo dalla Kadeer, leader molto amata da Pannella, spiegano, perché prima donna alla guida di un popolo oppresso in virtù dei propri meriti e non per discendenza politica. Grande simpatia reciproca nel primo incontro nel 2005, raccontano, grande soddisfazione per l`iscrizione della Kadeer al partito radicale nel 2007.
È stata lei stessa ad appuntare la spilla sulla giacca di Perduca. «I ragazzini indossano la keffiah palestinese o la maglietta del Che... - il senatore vorrebbe lanciare una nuova moda -: e se fosse la mezzaluna su fondo azzurro a diventare un simbolo da esibire?».